Durante il TG1 della sera – come notizia di coda – appare l’immagine di un uomo di colore: indossa un paio di occhiali a specchio dal design ultramoderno, abiti particolarmente estrosi, una personalità schiva e altera.
La notizia: “E’ morto all’età di 65 anni il grande musicista jazz americano Miles Davis, vediamo il servizio…” Un minuto di immagini tratte da alcuni recenti concerti e poi “Il vuoto”…
Ed è qui che inizia il nostro cammino verso un uomo che ha saputo aprire ogni porta alla creatività musicale partendo dalla forma più limpida del Jazz, attraversando e rinnovando il Rock Popolare sino ad arrivare ad un sorta di ‘nuovo nato’, un tessuto musicale firmato MILES DAVIS che schiude al mondo moderno quaranta anni di intensissima ricerca costruita su numerose culture.

MILES DAVIS nasce il 26 maggio del 1926 ad Alton, Illinois.
C’è aria nuova, in questo periodo, nel Sud America in campo musicale. Si cerca di dar vita a nuovi movimenti di espressione: uno di questi è il Jazz. E’ un genere di musica basato sulla passione, sul libero sfogo dei sentimenti, sull’improvvisazione pura dettata dallo spirito di ogni musicista. I Grandi Maestri americani, gli uomini di cultura, i musicisti più stimati, spesso legati alla prevedibile staticità dei grandi autori classici, definiscono il grande Jazz ‘musica blasfema’. Il motivo, oltre che ideologico per tradizione storica, è da ricercare per lo più nel grande ispiratore di questo movimento musicale: il Popolo Negro. DAVIS nasce proprio in questo periodo in cui la musica Jazz tende ad un forte consolidamento, ma al tempo stesso si prepara a profonde mutazioni. In questi anni emergono nomi come Benny Goodman e Count Basie, portavoci di una prima fase, giunta a compimento, completa di ogni accorgimento culturale e tecnico sia dal punto di vista sociale che da quello squisitamente musicale, dove regna assoluto lo strumento a fiato ritenuto dai jazzisti di colore il più autorevole strumento di espressione perché ‘immediato’, profondamente legato, cioè, allo spirito del musicista che suona. Il processo formativo di MILES si sviluppa sulle influenze di intramontabili brani come “Don’t Be the Way”, “Memories Of You”, “King Porter Stomp”. Siamo già a metà degli anni ‘40 e ci troviamo di fronte ad un momento fondamentale della musica jazz negli anni a venire, le inevitabili innovazioni cominciano a farsi ’sentire’ nelle cantine, nelle strade, nei locali notturni. Un sassofonista di nome Charlie Parker e un trombettista di nome Dizzie Gillespie sono i padri di una nuova, entusiasmante corrente: il Be-Bop. Una musica nervosa, palpitante, ricca di caldi colori virtuosistici, passionali; le vecchie strutture armoniche e melodiche vengono completamente stravolte a vantaggio di un maggiore spazio all’improvvisazione, chiaro segno di una ricerca personale all’espressione pura, libera da ogni schema. In questo periodo il razzismo colpisce in particolar modo coloro i quali tentano di emergere in qualsiasi campo artistico: ‘i bianchi non vogliono permettere ai negri di mettersi in luce’.
DAVIS, una sera si trova sul palco con Gilliespie e Parker per una serata al Chamber’s Riviera Club, un locale per soli neri a New York. L’inconfondibile sound, i fraseggi incisivi e delicati, la grande maestria nell’uso delle dinamiche, l’intelligente approccio a qualsiasi armonia, lo rendono indiscutibilmente uno dei “grandi”.
Cominciano le prime produzioni discografiche e, proseguendo con imbarazzante ma necessaria fretta, arriviamo al primo grande momento nel quale MILES si dimostra geniale e al passo con i tempi.
Nel 1959 viene pubblicato l’album “Kind Of Blue“.
Un lavoro superbo, straordinariamente profondo: la band è composta da giovani talenti tra i quali il sassofonista John Coltrane e il pianista Bill Evans. Esiste in questo album una sorta di grandiosa pace unita ad una libertà infinita. Tutti i brani ci regalano un meraviglioso gioco di colori, un fiume di feeling vero che danza su un manto di armonie morbide e leggere. La tromba di MILES si muove discreta, con grande intelligenza utilizzando dinamiche sorprendenti e fraseggi limpidi: la band crea atmosfere mai contemplate prima, il tutto arricchito da deliziosi interventi di ogni solista. Con la comparsa dei primi strumenti elettrici – verso la fine degli anni ‘60 – assistiamo al nascere di nuove correnti di espressione, portate al successo da nomi come Jimi Hendrix e da gruppi come i Blood. MILES è particolarmente attento a questi fenomeni e, nel 1965, compone in una sala di registrazione, un’insolita band.
Si tratta di personaggi sconosciuti che saliranno, negli anni a venire, sul trono dei grandi della storia: Herbie Hancock,
Chick Corea, Wayne Shorter, Dave holland, Joe Zawinul, John Mc Laughlin, Tony Williams. Con questo gruppo MILES realizza qualcosa di meraviglioso: per la prima volta una Jazz-Band utilizza strumenti elettrici in un album davvero lontano da ogni possibile confronto con i risultati sinora raggiunti.Il titolo è “In a Silent Way”. Si gustano, per la prima volta, i mitici suoni del ‘Piano Fender’, dell”Organo Hammond’, della chitarra completamente elettrificata. Si tratta di due brani sviluppati sulla ricerca di sonorità nuove, misteriose, costruite su di un unico pedale di tonalità. Sembra di trovarsi nel mezzo di una banda tribale dove MILES è collocato al centro di un cerchio di uomini danzanti: con imprevedibile estro si muove veloce toccando dolcemente un uomo e poi l’altro, senza schemi, liberamente, lasciando loro la libertà di espressione, ma con discrezione, non da protagonisti ma da tessitori di un profondo organico di emozioni. Nasce, così, un’atmosfera rarefatta, fluida, quasi surreale. Immagini e colori scorrono nella mente lasciando serenità e mistero. Sono queste le prime basi sulle quali si costruiranno le massime espressioni di tutto il mondo.
Ci troviamo di fronte al nascere del cosiddetto “Jazz Elettrico” portato al superlativo dalla registrazione di un nuovo album nell’Agosto di questo stesso anno. “Bitches Brew” – questo il titolo – è uno dei più grandi capolavori di MILES DAVIS; la band cambia alcuni elementi, i batteristi sono due – Jack deJohnette e Lenny White – viene aggiunto un basso elettrico a quello acustico e vengono inserite percussioni di ogni tipo affidate alle preziose mani di Don Alias e Jumma Santos. Ascoltando questo capolavoro, si è trasportati in una dimensione di ritmi esotici, vivaci, le percussioni svolgono un ruolo fondamentale liberando suoni sconosciuti ma radicati profondamente in culture diverse: indiane, africane, orientali, anche tipicamente americane. Rispetto a “In a Silent Way” qui il lavoro d’insieme si fa più completo ed incisivo. Da questo momento, e per alcuni anni, si alternano momenti molto difficili per MILES DAVIS: la droga, disturbi fisici e, probabilmente, una forte crisi artistica, lo portano ad uscire di scena fino ad una nuova ripresa nel 1981.
In questo anno, infatti, esce l’album “The Man With the Horn” dove sentiamo suonare nomi illustri dell’attuale musica contemporanea: Mike Stern, Keith Jarrett, Marcus Miller, Al Foster. Qualche anno dopo esce “Star people”. Sono tutti lavori dove MILES cerca di ritrovare una strada lasciata da molto tempo e che trova sfogo nel 1985 con la pubblicazione dell’album “Tutu”’. Non è certo un lavoro facile all’ascolto e che divide la critica in accese polemiche. C’è chi, legato al vecchio MILES DAVIS, non accetta questo nuovo messaggio e si sente tradito: viene definita ‘musica insignificante’, priva di poesia e sentimento e, effettivamente, di primo acchito lascia questa sensazione. Tutti i brani sono realizzati con parecchie influenze dell’elettronica, con arraggiamenti pesanti, difficili. Eppure c’è una profonda realtà – in questo album e nel successivo “Amandla” – nella nuova creazione di MILES: suoni della strada, angoli dimenticati delle metropoli potenti, un incalzare di ritmiche dure, soffocanti.
La sua tromba ci rende osservatori passivi di una realtà evidentemente troppo cambiata, a volte crudele, espressa in frasi spezzate, in suoni conturbanti.
Ho cercato di semplificare i punti focali dell’attività creativa di un grande artista che rappresentano le radici più profonde delle attuali tendenze: Jazz-Rock, Funky-Jazz, Fusion sono i figli di una grande evoluzione resa possibile dalle imprevedibili strade percorse da MILES DAVIS.
‘In “ogni” tutto c’è una parte di Lui’.
Ecco perché mi è inevitabile sentire le infuocate impennate della sua tromba in un brano di Jazz moderno, ecco perché sento i suoi respiri in ogni forma muscale di spessore: ecco perché – in questo mio scritto – nessun verbo al passato, ecco perché MILES è VIVO.
Jazz