25 Maggio 2009

Pat Metheny, una chitarra oltre il jazz…

Pat Metheny è indubbiamente il chitarrista più famoso, e forse, venduto al mondo. E’ difficile da definire la sua musica, certamente è jazz, ma dai confini molto larghi, elastici, in continua tensione a causa della sua illimitata inventiva e vena compositiva. Ammirando molto i chitarristi come Wes Montgomery e Jimi Hall, molto presto se ne distacca per personalizzare il suo modo di suonare, un modo di note al di fuori del jazz. Le sue doti tecniche sono immense. Praticamente sa suonare di tutto, sempre ad altissimo livello. Alcune volte le sue esecuzioni hanno una natura celebrale e accademica; in altre occasioni, quando i partner che gli stanno accanto non sono semplici gregari che lo assecondano, riesce ad avere il mood giusto e improvvisare soluzioni di alta scuola jazzistica. A 19 anni, Pat entra a far parte della band di Gary Burton e vi rimane dal 1974 al 1977. Nel 1978 incontra il tastierista Lyle Mays e fonda il Pat Metheny Group, tutt’ora in vita. Diviene l’artista di punta della casa discografica ECM con cui produrrà i migliori dischi. Nel 1980 incide, insieme ai sassofonisti Dewey Redman e  Micheal Brecker, un ottimo disco  post – be bop dal titolo 80/81. A completare la formazione di questa brillante session ci sono  Charlie Haden contrabasso e Jack DeJohnette  alla batteria. Nel 1983 con Charlie Haden e il batterista Billy Higgins registra, in trio, l’album Rejoicing e lo porta in tournée con gran successo. Nel 1985 incontra il suo grande idolo di sempre Ornette Coleman. La collaborazione sfocia nel disco Song X. Pat suona brillantemente e tiene testa a Colemane lo fa in una maniera vista prima, furiosa ed aggressiva. L’esperienza con il sassofonista free dà conferme delle eclettiche capacità di Metheny di spaziare le diverse facce del Jazz. Negli anni 90 tiene un tour trionfale con il pianista Herbie Hancock e di seguito in trio con il bassista Dave Holland e il batterista Roy Haynes, reduci da un ottimo disco intitolato Question and Answer. Oggi Metheny è sempre alla ribalta con l’etichetta Geffen che produce i suoi album di più grande successo, con il suo gruppo  che in collaborazione con eminenti personalità del jazz.

E adesso vi lascio alle incantevoli note di Here to Stay – Live

21 Maggio 2009

Gato Barbieri, il sax tenore free jazzer argentino

Negli anni Settanta l’urlo furioso del suo sax tenore ha sedotto una generazione che per vie diverse si stava avvicinando al jazz: il segreto del successo di Gato Barbieri risiede però soprattutto in una musica trascinante che fondeva l’irruenza strumentale mutuata dalla lezione coltraniana e dagli umori più infiammati del free jazz con un naturale senso melodico e accattivanti ritmi latini. Il sassofonista argentino è stato in questo senso uno dei precursori di quella che oggi viene comunemente chiamata world music e nella sua musica si percepiva un’urgenza espressiva che la rende appassionante e comprensibile a tutti. Gato Barbieri ha dunque saputo portare a sintesi compiuta diverse componenti stilistiche: lo ricordiamo, infatti, a fianco di Jim Hall e Ted Curson prima, di Don Cherry, con il quale incise “Complete Communion” e “Symphony for Improvisers”. La stella di Barbieri avrebbe però cominciato a brillare dl luce completamente propria a partire da un disco come “The Third World”, al quale seguirono altri album fortunati come “Fenix”, “El Pampero”, “Bolivia” ,Latin America” e “Hasta Siempre”.

Il Gato Barbieri migliore: raggiunge il massimo dell’espressività senza dare molto spazio all’improvvisazione, lavorando sulle melodie, sui dettagli delle dinamiche, sull’energia trattenuta e sull’essenza poetica.

Con l’Italia Gato Barbieri ha sempre mantenuto stretti legami: nei primi anni Sessanta ha vissuto lungamente a Roma, suonando con Enrico Rava, Franco D’Andrea, Giovanni Tommaso. Sempre in Italia è anche entrato in contatto con il mondo del cinema (scrivendo la colonna sonora di “Ultimo Tango a Parigi” di Bertolucci).

A proposito di “Ultimo Tango”, Barbieri ricorda: “Bertolucci mi ha chiamato e mi ha chiesto di scrivere belle melodie. Credo di esserci riuscito, perché ancora oggi, quando le ascolto, mi stupisco di averle scritte io. Non ci credo”.

Last Tango in Paris

20 Maggio 2009

Robin Thicke – un Rhythm ‘n Blueser a Los Angeles

Robin Thicke nasce nel 1977 a Los Angeles, figlio d’arte, un po’ sfortunato con le sue meravigliose canzoni … Inizia ad interessarsi alla musica fin da piccolo, grazie all’ascolto dei suoi idoli Marvin Gaye e Steve Wonder … autodidatta inizia a strimpellare [molto bene a dire il vero] il pianoforte e la chitarra che diventa il suo strumento primario per scrivere dell’ottima musica. Debutta con “Cherry Blue Skies”. Nel 2003 il suo l’album viene ripubblicato con l’aggiunta di due brani e reintitolato “A Beautiful World” contenente il singolo “When I Get You Alone” che contiene un campionamento della Sinfonia n°5 di BeethovenSfortuna, dicevo, per questioni di Marketing discografico. Note delicate, armonie quasi voluttuose nel brano che vi farò ascoltare “Lost Without You” …. E si sa …. non tutta la buona musica ha subito un impatto con il pubblico. Buon ascolto e sognate…..

Lost without u
Cant help myself
How does it feel
2 know that I love u baby

Lost without u
Cant help myself
How does it feel
2 know that I love u baby

Tell me how u love me more
And how u think Im sexy baby
That u dont want nobody else
U dont want this guy u dont want that guy u wanna
Touch yourself when u see me
Tell me how u love my body
And how I make u feel baby
U wanna roll with me u wanna hold with me
U wanna stay warm and get out of the cold with me
I just love 2 hear u say it
It makes a man feel good baby
Tell me u depend on me
I need 2 hear it

Im lost without u
Cant help myself
How does it feel
2 know that I love u baby

Baby youre the perfect shape
Baby youre the perfect weight
Treat me like my birthday
I want it this way I want it that way I want it
Tell me u dont want me 2 stop
Tell me it would break your heart
That u love me and all my dirty
U wanna roll with me u wanna hold with me
U wanna make fires and get Norwegian wood with me
I just love 2 hear u say it
It makes a man feel good baby

Im lost without u
Cant help myself
How does it feel
2 know that I love u baby

Cuz u better tell me every morning
ooh ooh ooh
alright babe
awwwwww yeah aww baby aww darlling alright right 

Jazz

20 Maggio 2009

Mario Biondi e la musica della Sicilia emigrata

Mario Biondi, origini catanesi e figlio d’arte, inizia a cantare a soli 12 anni, in giro per la Sicilia. È il 1988 quando in un locale di musica nera e jazz il “Tout Va” di Taormina, incontra i grandi musicisti Black della musica l’oltralpe. Fa da spalla e incontra il grande Ray Charles. Si innamora di quella musica black che fa palpitare le corde e l’anima. Inizia ad ascoltare i dischi di Lou Rawls, Al Jarreau, Bill Withers, Isaac Hayes e Donny Hataway, e la sua voce si incontra con il genere. È l’inizio del suo background artistico che lo porterà ad abbandanore la canzone italiana per dedicarsi alla sua passione: la musica Black. Il suo pezzo  “This is what you are” fa il giro del mondo ed è qui che ve lo ripropongo in tutta la sua bellezza.

Take me up and let me down 
Hold me when I’m sad 
Take my eyes to look around 
Take my ears to listen to the stars 
This is what u are 
Knock me down Knock me out 
Make me feel shy 
But when you hold me in your arms 
I can just forget the tears I’ve cried 
This is what u are 
Write your number on my wall 
It’s all u gotta do 
Carve your shadow on my soul even when you break my heart in two 
This is what u are 
lala 
This is what u are 

sha la la 

Take me up and let me down 
Hold me when I’m sad 
Take my eyes to look around 
Take my ears to listen to the stars 
This is what u are 
Knock me down knock me out 
Make me feel shy 
But when you hold me in your arms 
I can just forget the tears I’ve cried 
This is what u are 
say ah ah 
This is what u are 
lala 
This is what u are 

sha la la 

Jazz

19 Maggio 2009

Herbie Hancock – Jazz Fusion Cantelope Island

Jack DeJohnette, Dave Holland, Pat Metheny, Herbie Hancock … la migliore band del Jazz Fusion … un Quartetto da brivido, dove il ritmo della chitarra di Pat e l’insieme delle note del piano di  Hancock … vibrano nell’aria … assaporando il sapore della Musica.

Jazz

19 Maggio 2009

Miles è Vivo

Durante il TG1 della sera – come notizia di coda – appare l’immagine di un uomo di colore: indossa un paio di occhiali a specchio dal design ultramoderno, abiti particolarmente estrosi, una personalità schiva e altera.
La notizia: “E’ morto all’età di 65 anni il grande musicista jazz americano Miles Davis, vediamo il servizio…” Un minuto di immagini tratte da alcuni recenti concerti e poi “Il vuoto”…
Ed è qui che inizia il nostro cammino verso un uomo che ha saputo aprire ogni porta alla creatività musicale partendo dalla forma più limpida del Jazz, attraversando e rinnovando il Rock Popolare sino ad arrivare ad un sorta di ‘nuovo nato’, un tessuto musicale firmato MILES DAVIS che schiude al mondo moderno quaranta anni di intensissima ricerca costruita su numerose culture.

MILES DAVIS nasce il 26 maggio del 1926 ad Alton, Illinois.
C’è aria nuova, in questo periodo, nel Sud America in campo musicale. Si cerca di dar vita a nuovi movimenti di espressione: uno di questi è il Jazz. E’ un genere di musica basato sulla passione, sul libero sfogo dei sentimenti, sull’improvvisazione pura dettata dallo spirito di ogni musicista. I Grandi Maestri americani, gli uomini di cultura, i musicisti più stimati, spesso legati alla prevedibile staticità dei grandi autori classici, definiscono il grande Jazz ‘musica blasfema’. Il motivo, oltre che ideologico per tradizione storica, è da ricercare per lo più nel grande ispiratore di questo movimento musicale: il Popolo Negro. DAVIS nasce proprio in questo periodo in cui la musica Jazz tende ad un forte consolidamento, ma al tempo stesso si prepara a profonde mutazioni. In questi anni emergono nomi come Benny Goodman e Count Basie, portavoci di una prima fase, giunta a compimento, completa di ogni accorgimento culturale e tecnico sia dal punto di vista sociale che da quello squisitamente musicale, dove regna assoluto lo strumento a fiato ritenuto dai jazzisti di colore il più autorevole strumento di espressione perché ‘immediato’, profondamente legato, cioè, allo spirito del musicista che suona. Il processo formativo di MILES si sviluppa sulle influenze di intramontabili brani come “Don’t Be the Way”, “Memories Of You”, “King Porter Stomp”. Siamo già a metà degli anni ‘40 e ci troviamo di fronte ad un momento fondamentale della musica jazz negli anni a venire, le inevitabili innovazioni cominciano a farsi ’sentire’ nelle cantine, nelle strade, nei locali notturni. Un sassofonista di nome Charlie Parker e un trombettista di nome Dizzie Gillespie sono i padri di una nuova, entusiasmante corrente: il Be-Bop. Una musica nervosa, palpitante, ricca di caldi colori virtuosistici, passionali; le vecchie strutture armoniche e melodiche vengono completamente stravolte a vantaggio di un maggiore spazio all’improvvisazione, chiaro segno di una ricerca personale all’espressione pura, libera da ogni schema. In questo periodo il razzismo colpisce in particolar modo coloro i quali tentano di emergere in qualsiasi campo artistico: ‘i bianchi non vogliono permettere ai negri di mettersi in luce’.
DAVIS, una sera si trova sul palco con Gilliespie e Parker per una serata al Chamber’s Riviera Club, un locale per soli neri a New York. L’inconfondibile sound, i fraseggi incisivi e delicati, la grande maestria nell’uso delle dinamiche, l’intelligente approccio a qualsiasi armonia, lo rendono indiscutibilmente uno dei “grandi”.
Cominciano le prime produzioni discografiche e, proseguendo con imbarazzante ma necessaria fretta, arriviamo al primo grande momento nel quale MILES si dimostra geniale e al passo con i tempi. 

Nel 1959 viene pubblicato l’album “Kind Of Blue“.
Un lavoro superbo, straordinariamente profondo: la band è composta da giovani talenti tra i quali il sassofonista John Coltrane e il pianista Bill Evans. Esiste in questo album una sorta di grandiosa pace unita ad una libertà infinita. Tutti i brani ci regalano un meraviglioso gioco di colori, un fiume di feeling vero che danza su un manto di armonie morbide e leggere. La tromba di MILES si muove discreta, con grande intelligenza utilizzando dinamiche sorprendenti e fraseggi limpidi: la band crea atmosfere mai contemplate prima, il tutto arricchito da deliziosi interventi di ogni solista. Con la comparsa dei primi strumenti elettrici – verso la fine degli anni ‘60 – assistiamo al nascere di nuove correnti di espressione, portate al successo da nomi come Jimi Hendrix e da gruppi come i Blood. MILES è particolarmente attento a questi fenomeni e, nel 1965, compone in una sala di registrazione, un’insolita band.

Si tratta di personaggi sconosciuti che saliranno, negli anni a venire, sul trono dei grandi della storia: Herbie Hancock,herbiehancock Chick Corea, Wayne Shorter, Dave holland, Joe Zawinul, John Mc Laughlin, Tony Williams. Con questo gruppo MILES realizza qualcosa di meraviglioso: per la prima volta una Jazz-Band utilizza strumenti elettrici in un album davvero lontano da ogni possibile confronto con i risultati sinora raggiunti.Il titolo è “In a Silent Way”. Si gustano, per la prima volta, i mitici suoni del ‘Piano Fender’, dell”Organo Hammond’, della chitarra completamente elettrificata. Si tratta di due brani sviluppati sulla ricerca di sonorità nuove, misteriose, costruite su di un unico pedale di tonalità. Sembra di trovarsi nel mezzo di una banda tribale dove MILES è collocato al centro di un cerchio di uomini danzanti: con imprevedibile estro si muove veloce toccando dolcemente un uomo e poi l’altro, senza schemi, liberamente, lasciando loro la libertà di espressione, ma con discrezione, non da protagonisti ma da tessitori di un profondo organico di emozioni. Nasce, così, un’atmosfera rarefatta, fluida, quasi surreale. Immagini e colori scorrono nella mente lasciando serenità e mistero. Sono queste le prime basi sulle quali si costruiranno le massime espressioni di tutto il mondo. 

Ci troviamo di fronte al nascere del cosiddetto “Jazz Elettrico” portato al superlativo dalla registrazione di un nuovo album nell’Agosto di questo stesso anno. “Bitches Brew” – questo il titolo – è uno dei più grandi capolavori di MILES DAVIS; la band cambia alcuni elementi, i batteristi sono due – Jack deJohnette e Lenny White – viene aggiunto un basso elettrico a quello acustico e vengono inserite percussioni di ogni tipo affidate alle preziose mani di Don Alias e Jumma Santos. Ascoltando questo capolavoro, si è trasportati in una dimensione di ritmi esotici, vivaci, le percussioni svolgono un ruolo fondamentale liberando suoni sconosciuti ma radicati profondamente in culture diverse: indiane, africane, orientali, anche tipicamente americane. Rispetto a “In a Silent Way” qui il lavoro d’insieme si fa più completo ed incisivo. Da questo momento, e per alcuni anni, si alternano momenti molto difficili per MILES DAVIS: la droga, disturbi fisici e, probabilmente, una forte crisi artistica, lo portano ad uscire di scena fino ad una nuova ripresa nel 1981.

jarrett-1In questo anno, infatti, esce l’album “The Man With the Horn” dove sentiamo suonare nomi illustri dell’attuale musica contemporanea: Mike Stern, Keith Jarrett, Marcus Miller, Al Foster. Qualche anno dopo esce “Star people”. Sono tutti lavori dove MILES cerca di ritrovare una strada lasciata da molto tempo e che trova sfogo nel 1985 con la pubblicazione dell’album “Tutu”’. Non è certo un lavoro facile all’ascolto e che divide la critica in accese polemiche. C’è chi, legato al vecchio MILES DAVIS, non accetta questo nuovo messaggio e si sente tradito: viene definita ‘musica insignificante’, priva di poesia e sentimento e, effettivamente, di primo acchito lascia questa sensazione. Tutti i brani sono realizzati con parecchie influenze dell’elettronica, con arraggiamenti pesanti, difficili. Eppure c’è una profonda realtà – in questo album e nel successivo “Amandla” – nella nuova creazione di MILES: suoni della strada, angoli dimenticati delle metropoli potenti, un incalzare di ritmiche dure, soffocanti.
La sua tromba ci rende osservatori passivi di una realtà evidentemente troppo cambiata, a volte crudele, espressa in frasi spezzate, in suoni conturbanti.

Ho cercato di semplificare i punti focali dell’attività creativa di un grande artista che rappresentano le radici più profonde delle attuali tendenze: Jazz-Rock, Funky-Jazz, Fusion sono i figli di una grande evoluzione resa possibile dalle imprevedibili strade percorse da MILES DAVIS.
‘In “ogni” tutto c’è una parte di Lui’.
Ecco perché mi è inevitabile sentire le infuocate impennate della sua tromba in un brano di Jazz moderno, ecco perché sento i suoi respiri in ogni forma muscale di spessore: ecco perché – in questo mio scritto – nessun verbo al passato, ecco perché MILES è VIVO.

Jazz

 

19 Maggio 2009

Presentazione

testata jazzCiao a tutti gli amanti del Jazz, del Blues e di tutta quell’altra musica che ha come base un soffio di jazz.

Spero con questo blog di riuscire a darvi emozioni … anche  forti con la musica … in modo da coinvolgervi nel mio mondo di note …

Jazz