Negli anni Settanta l’urlo furioso del suo sax tenore ha sedotto una generazione che per vie diverse si stava avvicinando al jazz: il segreto del successo di Gato Barbieri risiede però soprattutto in una musica trascinante che fondeva l’irruenza strumentale mutuata dalla lezione coltraniana e dagli umori più infiammati del free jazz con un naturale senso melodico e accattivanti ritmi latini. Il sassofonista argentino è stato in questo senso uno dei precursori di quella che oggi viene comunemente chiamata world music e nella sua musica si percepiva un’urgenza espressiva che la rende appassionante e comprensibile a tutti. Gato Barbieri ha dunque saputo portare a sintesi compiuta diverse componenti stilistiche: lo ricordiamo, infatti, a fianco di Jim Hall e Ted Curson prima, di Don Cherry, con il quale incise “Complete Communion” e “Symphony for Improvisers”. La stella di Barbieri avrebbe però cominciato a brillare dl luce completamente propria a partire da un disco come “The Third World”, al quale seguirono altri album fortunati come “Fenix”, “El Pampero”, “Bolivia” ,“Latin America” e “Hasta Siempre”.
Il Gato Barbieri migliore: raggiunge il massimo dell’espressività senza dare molto spazio all’improvvisazione, lavorando sulle melodie, sui dettagli delle dinamiche, sull’energia trattenuta e sull’essenza poetica.
Con l’Italia Gato Barbieri ha sempre mantenuto stretti legami: nei primi anni Sessanta ha vissuto lungamente a Roma, suonando con Enrico Rava, Franco D’Andrea, Giovanni Tommaso. Sempre in Italia è anche entrato in contatto con il mondo del cinema (scrivendo la colonna sonora di “Ultimo Tango a Parigi” di Bertolucci).
A proposito di “Ultimo Tango”, Barbieri ricorda: “Bertolucci mi ha chiamato e mi ha chiesto di scrivere belle melodie. Credo di esserci riuscito, perché ancora oggi, quando le ascolto, mi stupisco di averle scritte io. Non ci credo”.
Last Tango in Paris